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 La crisi del mondo antico e l'età barbarica

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wolfsangel
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MessaggioTitolo: La crisi del mondo antico e l'età barbarica   Sab Dic 15, 2007 1:04 pm

La crisi del mondo antico e l'età barbarica - PARTE PRIMA -

tratto dall' undicesima edizione de "Dall'Impero Romano all'Italia imperiale" anno 1942

Il Cristianesimo.

Chi consideri attentamente le condizioni morali dell'umano consorzio, massime in Roma e in Oriente, al sorgere dell'Impero, scorgerà di leggieri come esso fosse già pervenuto a tal punto del suo svolgimento, che, compiuto il suo natural corso, perduta di vista ogni alta mèta che a sé lo chiamasse, aduggiate dallo spirito critico religione ed arte e ogni nobile istinto che l'uomo lega al¬l'uomo, alla famiglia, alla patria, offuscata la serenità negl'intel¬letti, spenta la giocondità nella vita, torbido, inquieto, sgomento, sentisse il bisogno d'un rinnovamento morale e inconsapevolmente lo apparecchiasse, ma ancora non ne vedesse né il mezzo né la via. Pur nondimeno tra l'universale depravazione v'eran uomini che, nella dissoluzione de' principali legami della vita, nella rovina di tutto quanto le età passate avevan reputato nobile e grande, sentivano il bisogno di riempire il vuoto che si era fatto nell'animo loro; e, pensatori solitari, sprezzatori della società civile e da essa sprezzati, si straniavano dal secolo e all'orgia dei sensi antepone¬vano le nobili ebbrezze dell'intelligenza e l'esercizio della virtù. V'erano di quelli che con Socrate richiamavano l'uomo al precetto del Dio di Delfo, allo studio di se stesso, invitandolo ad ascoltare la voce della sua coscienza, la voce di Dio che gli parla nel secreto dell'animo, e a non guardare se la pratica di ciò che è buono o cattivo in sé sia cagione d'un male o d'un bene presente. V'eran al¬tri che con Pitagora consideravano la vita come espiazione e, som¬messi agli Dei, la propria natura umana e debole perfezionando, alla loro perfezione cercavan di accostarsi, nulla chiedendo se non che fosse fatta la loro volontà, e inculcavano doversi beneficare i propri nemici e sotto il nome d'amicizia consideravano la carità come vincolo dell'umano consorzio e dell'universo. Molti, e specialmente i seguaci di Piatone, le innumerevoli divinità pagane riducevàno ad una sola, che consideravano quale principio e mezzo e fine di tutte le cose, intelligenza e amore in pari tempo, guida dell'uomo verso il bene, difesa contro il male; e trovavano, a cagion d'esempio Filone, che la filosofia platonica accordavasi grandemente coi libri sacri de' Giudei ; e scrutando la natura dell'anima e delle idee traevan conforto agl'infiniti mali della vita dal credere che l'anima fosse immortale e carcere di essa il corpo, che non il visibile ma l'invisibile fosse il vero essere, non questa ma la vita futura la vera vita; ovvero si consolavano, come specialmente i Farisei, delle ingiustizie del mondo e degli uomini colla fede nella risurrezione e coll'aspettazione di un mondo in cui i giusti risorti ne' loro corpi sarebbero stati re e giudici e avrebbero assistito al trionfo delle loro idee e all'umiliazione de' loro nemici. Molti ancora, come i Sadducei in Giudea, gli stoici in tutto l'Impero romano, mercé la dottrina che la virtù è guiderdone a se stessa e basta di per sé a render l'uomo felice, che solo la virtù è bene, la malvagità male, ricchezza e miseria, salute e infermità, vita e morte, cose per sé indifferenti, guardavano con disprezzo la moltitudine degli uomini affannarsi dietro false immagini di felicità; mentre d'altro lato riconoscevano tutti gli uomini come fratelli, in quanto ave¬vano per loro padre comune Iddio, e come cittadini d'un grande Stato, nel quale gli Stati particolari erano come le case nella città. V'erano anche i discepoli di Epicuro, parlo dei seguaci della vera filosofia epicurea, i quali cercavano, è vero, come fine della vita il piacere, non però il solo piacere materiale, ma anche il piacere morale, questo anzi a quello anteponendo; e se non ponevano, come gli Stoici, unica e vera felicità la virtù, questa nondimeno riguardavano come unico mezzo a ottener quella; e laddove gli Stoici, non considerando il dolore e la miseria come mali veri, avevano per lo più l'animo chiuso ad ogni sentimento di compas¬sione e d'indulgenza, raccomandavano al contrario gli Epicurei pietà e mitezza d'animo e dicevano che beneficare altrui è cosa più dolce che essere da altri beneficato. Nella Giudea e ne' dintorni di Alessandria ove più ardite erano le idee nuove, dove il lavoro intellettuale e le passioni religiose più fervevano, e dove veramente maturavansi i nuovi destini della famiglia umana, gli Esseni e i Terapeuti rinfrancavano l'animo nell'aspettazione del Messia, del redentore del popolo eletto; detestando in pari tempo il culto materiale e falso dei Farisei e il filosofia» orgoglio de' Sadducei, mettevano in pratica i consigli de' profeti, i quali avevano inculcato doversi adorar Ieova non con vittime sanguinose, ma colla purezza de' sentimenti, colla giustizia e santità delle opere; e seguendo forse anche le dottrine della scuola neopitagorica, fiorente in Alessandria, sottraevansi al servizio del tempio, alle pratiche religiose del popolo, al commercio immondo e contaminatore degli uomini e vivevano in una specie d'ordine monastico, sotto severa disciplina, con comunanza di beni, con sacre abluzioni, con parche cene sociali, nella povertà, nell'astinenza, nel celibato, per liberare lo spirito dai vincoli del corpo e dall'affetto di ogni cosa mondana. Perfino in Roma facevansi strada e ispiravano la fantasia dei poeti i sogni d'una società perfetta e le speranze d'un rinnovamento compiuto del mondo e dell'avvenimento dell'età dell'oro, sogni e speranze che dalla Giudea e dalla Persia correvano per tutta la terra. Tali erano le condizioni morali dell'umana società: corruzione generale e qua e colà indizi di opposizione alla corrente ed esempi di virtù quasi sovrumana; insolenzà e sfrenatezza nei più, raccoglimento, meditazione, aspettazione in alcuni; allora quando tra tendenze siffattamente opposte e dal caos confuso di dottrine filosofiche e di strani sogni, di speranze ardite e di amari disinganni, di dubbi atroci e di fede ingenua sorse il cristianesimo, sentimento inconsapevole e nascosto ne' più intimi recessi della coscienza umana, fatto verbo nella bocca di Cristo, che con accento irresistibile, quale il mondo non aveva mai udito, dall'alto della montagna predicò alle turbe il regno di Dio padre affettuoso di tutti gli uomini: beati i poveri in ispirito, perciocché il regno de' cieli è loro, beati gli afflitti, beati i mansueti, beati i giusti, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati i pacifici, beati i perseguitati. E senza annunziare una rivoluzione, senza pretendere di risolvere nessuna questione né di sciogliere alcuno dei vincoli che tenevano unita la civile compagnia, spostò il centro della coscienza umana, gettò il seme d'un rivolgimento universale, iniziò un nuovo ordine di cose morale, religioso e civile. Aveva insegnato la filosofia, prima di Cristo, l'unità di Dio, l'uguaglianza, la fraternità, l'amore degli uomini; ma quegli insegnamenti non eran che dottrine professate da pochi. I filosofi, orgogliosi e paghi della loro scienza, per lo più spregiavano e condannavano per sempre le moltitudini alla superstizione e all'errore. Cristo invece fu un ammaliatore di cuori, e nel suo gran cuore pensò a tutti, tutti ammise all'uguaglianza spirituale sotto la legge dell'amore, e tutto il mondo si trascinò dietro colla poesia dell'anima, colla dolcezza dell'amore, colla veemenza della fede. Il cristianesimo fu anche la religione del mondo di là. Sorse in Oriente dove gli ozi della vita contemplativa parvero sempre più dolci dei travagli della vita operosa e dove sotto le violenze degli oppressori era cresciuta col dispregio per le cose terrene la medi¬tazione, la cura, l'aspettazione del mondo invisibile; ma sorse tra un popolo che tra i popoli d'Oriente meno di tutti erasi dato cura dell'altro mondo. Di guisa che, se come insegnamento d'amo¬re contrastava alla rigida e fredda speculazione orientale, come religione dell'altro mondo urtava contro il materialismo e le in¬clinazioni mondale non solo de' Romani, ma anche degli Ebrei. A questi contrasti si aggiunga da una parte l'intolleranza naturale della nuova religione, che, a differenza delle antiche — le quali rimanendo ciascuna entro i propri confini eran vissute le une accanto alle altre senza osteggiarsi — escludeva, reputandosi la sola religione vera, tutte le altre, e conseguentemente infervo¬rava i credenti in essa a procacciarle seguaci, a propagarla per ogni dove e a combattere le divinità false e bugiarde dei gentili; dall'altra aggiungasi la cura estrema addimostrata sempre presso i Romani dallo Stato ai patri riti, e le leggi che provvedevano ne quid divini iuris negligendo patrios ritus feregrinosque adsci-scendo turbaretur, e si comprenderà di leggieri come la nuova re¬ligione e l'antico Stato dovessero tosto irrompere ad aperta guerra. Quando cadde l'Impero d'Occidente, il cristianesimo, uscito quasi allora, per dir così, dalla lotta col paganesimo stava ancora raccogliendo i frutti della sua vittoria.
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MessaggioTitolo: Re: La crisi del mondo antico e l'età barbarica   Sab Dic 15, 2007 1:05 pm

La crisi del mondo antico e l'età barbarica - PARTE SECONDA -

Quella rovina cagionò forti scosse e gravi danni anche al cristianesimo; ma laddove l'Impero andò tutto in isfacelo, rimase al contrario fermo e incrollabile nelle sue fondamenta l'edifizio della Chiesa. La Britannia fu occupata da popoli idolatri ; re e popoli idolatri o ariani conquistarono la Gallia, la Spagna, l'Africa, l'Italia. Non una delle razze inva-ditrici del territorio imperiale era ascritta alla Chiesa romana: o eretiche o idolatre tutte; eretici perfino gli Ostrogoti, che tanta potenza acquistarono nel cuore dell'Impero e in Roma stessa. Che più? Quando già erano stati o vinti dall'Impero di Costantinopoli o convertiti dalla Chiesa di Roma questi barbari del settentrione, il rappresentante unico dell'ordine politico nel mondo greco-latino, l'imperatore di Bisanzio, per la questione delle immagini, si fa eretico anch'esso e trascina seco coll'eresia icono¬clasta a separarsi dalla Chiesa di Roma la Chiesa d'Oriente, mentre poco innanzi un tremendo nemico di Cristo era sorto in Arabia e aveva spinto un popolo nuovo alla storia ad uscire dai suoi silenziosi deserti e a precipitarsi, come fiumana che dilaga, sull'Oriente e sull'Occidente. Ma la Chiesa di Roma usci vittoriosa da tanti pericoli e colla fede operosa e perseverante, colpabilità ardita e sagace, facendosi forte della sua debolezza, sanzionando e consacrando colla religione le vittorie e il dominio dei barbari del nord, cambiò gli invasori in alleati, in essi trovò gl'istrumenti migliori della sua potenza e i difensori più valorosi contro i barbari del sud, con essi fondò e convalidò la sua autorità e il suo primato su tutto l'Occidente, e sulle rovine dell'Impero romano innalzò un nuovo Im¬pero diverso dall'antico, ma all'antico pari di potenza e di gran¬dezza, dando a Roma per la seconda volta il serto della monarchia universale. Oltre che del nuovo impero spirituale, Roma fu forse debitrice al Papato anche della sua presente esistenza. Se giusti sono i calcoli del Gregorovius, Roma alla fine della guerra gotica non con¬tava più di 50 mila abitanti; ed era un mucchio di rovine. Come su Babilonia era caduta la maledizione del Profeta, cosi pareva che su Roma dovesse avverarsi la profezia della Sibilla: — O Roma altera, il castigo del cielo cadrà su te! Tu piegherai il collo; tuoi edifizi saranno distrutti, le tue mura crolleranno, i tuoi figli morranno e il fuoco ti consumerà. Prostrata a terra tu perirai, e con te perirà la tua ricchezza. I lupi e le volpi andranno vagolando tra le tue rovine. Tu sarai come se non fossi mai stata! —E chi invero, addensandosi su di essa sempre più la tenebra del medio evo, crescendo la sua desolazione in mezzo alla deserta campagna e imperversandovi la febbre, vi sarebbe rimasto o si sarebbe curato di venirvi, se essa non fosse stata l'oracolo della fede, la capitale della cristianità? Chi sa, forse —l'animo rifugge dal pensarlo — forse anche a Roma sarebbe toccata la sorte di Menfi, di Tebe, di Ninive, di Cartagine, forse anch'essa sarebbe come non fosse mai stata, se la Chiesa non l'avesse rialzata dalle sue rovine e non l'avesse restituita agli onori e alla signoria del mondo, facendola divenire la città santa cui tutti i popoli del mondo intero dovevano accorrere, l'oracolo da cui doveva emanare la fede universale. D'altra parte però la Chiesa di Roma a Roma stessa, cioè alla importanza politica e civile, alla tradizione e alla leggendaria missione di sovranità sul mondo che ebbe la rocca capitolina, deve la sua grandezza, la sua autorità e il suo primato sulle altre chiese. Mentre la Chiesa di Cristo da un lato concorreva efficacemente alla distruzione dell'Impero romano, dall'altro se ne assimilava l'organismo, e da esso toglieva la forma dell'organismo proprio. L'Impero romano che aveva dato il carattere di universalità alla religione cristiana, diede anche la costituzione gerarchica alla chiesa cristiana, e la città di Roma, coll'importanza politica che aveva come capitale dell'Impero, conferì importanza ed autorità a quella sede vescovile e diede il potere assoluto e universale sulla religione e sulla Chiesa universale al suo vescovo. A mano a mano che la religione cristiana diffondevasi, la Chiesa, abbandonando le sue primitive forme democratiche andava restringendo i suoi ordinamenti. Più il fascio ingrossavasi, più le ritorte che lo stringevano dovevano diventare robuste; l'autorità religiosa doveva raccogliersi nel centro, crescere e diventar atta a diffondersi e farsi sentire alla periferia senza trovare ostacoli. Salita la religione cristiana al potere e divenuta religione ufficiale e dominante dello Stato, essa modellò la sua costituzione su quella dell'Impero, e corrispondentemente alla scala gerarchica dei pre¬sidi o consolari o correttori, dei vicari, dei prefetti e dell'imperatore nell'amministrazione civile, si formò la gerarchia ecclesiastica dei parroci, dei vescovi, dei metropolitani, dei patriarchi, finché al sommo della scala si assise il vescovo di Roma. Che egli ottenesse il primato fin dai primi tempi della Chiesa e che il suo primato fosse riconosciuto universalmente e in Oriente e in Occidente, è affermazione che non ha alcun fondamento di verità. Lo acquistò a grado a grado e lo dovette a molteplici cau¬se. E in primo luogo lo dovette all'importanza politica della città, come abbiamo detto più sopra, poiché fu quasi sempre il grado d'importanza che le città avevano nella circoscrizione amministrativa che misurò e determinò il grado d'importanza delle sedi vescovili. I capoluoghi di provincie, di diocesi o vicariati e di prefetture divennero sedi di vescovati, di arcivescovati, di patriarcati. Roma capitale dell'Impero divenne capitale della cristianità.
I vescovi di Roma dovettero il loro primato anche a se stessi, alle virtù spiegate nella lotta gloriosa sostenuta sul campo stesso del nemico, all'aver piantato la croce nella cittadella stessa del paganesimo, all'essersi succeduti sovente non solo nel vescovato, ma anche nel martirio, alle beneficenze e prodigalità usate verso altre chiese e altre popolazioni, all'abilità, alla costanza, alla politica accorta che seppero adoperare nel combattere le pretese delle altre sedi e nel rimuovere gli ostacoli che all'ingrandimento della loro propria potenza si frapponevano. A tutte queste ragioni, che già in vario modo concorrevano a fare di Roma la capitale della cristianità, si aggiunse la credenza (i) del pontificato e del martirio sostenuti in Roma da san Pietro, che era riguardato come principe degli apostoli. La qual credenza eb¬be tanto più efficacia in quanto che né Costantinopoli, né alcuna sede di Occidente poteva vantarsi di essere sede apostolica. E contro di esse appunto fu fatta valere, quando le altre ragioni per le mutate condizioni politiche e religiose di Roma cominciavano a mancare o a perdere il valore. Allora i vescovi di Roma ripudiarono quelle ragioni; diedero un calcio, per cosi dire, alla scala, con cui erano già saliti tant'alto, e pretesero che il fonda¬mento vero del loro primato fosse il pontificato di san Pietro. E questo primato non fu sempre II medesimo né su tutte né sulle singole chiese, e dai primi secoli andò crescendo d'intensità e d'estensione. Leone I fu certamente uno dei papi che più con¬tribuirono ad estendere e ad accrescere l'autorità di Roma: « Città sacerdotale e regia », dicevale lo stesso Leone, « la sacra sede di Pietro ti pone alla testa del mondo, per tenere colla religione divina più vasta autorità che colla dominazione terrena ». E ciò avveniva appunto alla vigilia della caduta dell'Impero d'Occidente. Cosi mentre l'autorità imperiale in Occidente tramontava, saliva a somma altezza in tutta la cristianità l'autorità papale; cadeva l'Impero e sorgeva il Papato.

AMEDEO CRIVELLUCCI (*)

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