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 SVEN HEDIN

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wolfsangel
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MessaggioTitolo: SVEN HEDIN   Mar Dic 04, 2007 3:49 am

- Documentazione tratta dalla missione in Cina, Gobi, Tibet ed India, diretta da SVEN HEDIN con il finanziamento della SS Ahnenerbe. Rapporto confidenziale ad HIMMLER, 1940 - PARTE PRIMA -

"L'11 febbraio di buona mattina due distinti dignitari del Lama Lopsong Tsering e del cinese Tuan Guan entrarono nella mia tenda. Mi fecero alcune domande che annotarono come al solito. Era il Capodanno tibetano e il primo giorno dei festeggiamenti veniva celebrato nel cortile dei giochi religiosi. Espressi il desiderio di assistervi, ma il Lama replicò che mai prima d'allora un europeo aveva ricevuto questo onore. Il dignitario si mostrò molto interessato al mio passaporto cinese, anche se in realtà era valido solo nel Turkestan orientale. Si allontanarono, ma dopo poco tornaronaro con la notizia che potevo partecipare alla festa, e che avrebbero tenuto dei posti liberi per me e per due della mia gente. Verso le dieci e mezzo si presentò un signore di nome Tsaktserkan vestito con un abito di costosa seta gialla, probabilmente una specie di ciambellano del Taschi Lama, che mi chiese di prepararmi. Con l'interprete Muhammed Isa e tre servitori seguii Tsaktserkan in direzione del convento, che si trovava a soli dodici minuti da lì. Prendemmo i cavalli che avevamo comprato a Ngangtsetso, i quali non essendo abituati al frastuono di una città, tantomeno ad una festa del genere, più volte furono sul punto di imbizzarrirsi. Intorno a noi si muoveva una massa immensa di uomini: gente a piedi e a cavallo, cittadini e contadini, pellegrini e nomadi, distinti signori e vagabondi, Lama e frati mendicanti, dame ornate di pietre preziose e argento, neri mendicanti cenciosi, cinesi, mongoli ed altri stranieri. Tutto si mescolava come in un formicaio. Lungo la strada alcune donne avevano messo su delle bancarelle di dolci, biscotti e ciambelle salate. Tra i bambini che piangevano, asini e cani che aumentavano la calca, Tsaktserkan ci faceva strada. I tetti dorati dei mausolei brillavano come fuoco. Più ci avvicinavamo e più ci perdevamo nel labirinto di case rosse e bianche, alcune costruite secondo lo stile tibetano, altre alla maniera cinese con tetti ad arco di rame dorato. Tutta la cittadella del convento si trova su una roccia brulla, e i templi e i mausolei erano orientati verso Sud. Dietro di essi, un po' più in alto, si ergeva il Labrang, la residenza di Taschi Lama, con la sua facciata prestante e distinta, con le sue finestre bordate di nero e di marquise di tessuto rosa e giallo. In alto, sotto il tetto dorato, i muri della santa fortezza erano dipinti di rosso.
I cinque mausolei, costruiti su una linea retta da Est verso Ovest, suscitavano una particolare impressione. Cinque Taschi Lama avevano avuto qui l'ultima dimora. Sul comignolo si vedevano delle figure simboliche: la ruota della scienza e della legge, un cervo su entrambi i lati, un tridente a rappresentare la saggezza di Buddha. In cima ai tetti, ornati anch'essi di simboli, c'era una campana di bronzo con una penna di falco sul battaglio: un solo soffio di vento bastava a farla risuonare.
Il santo tempio di Buddha era di stile tibetano, più meno cubiforme, e aveva muri bianchi e rossi. Sotto il tetto, nella parte rossa, brillavano degli scudi dorati che servivano a scacciare i demoni. La stessa funzione avevano le strane figure cilindriche, alte 1,5-2 metri, avvolte da un tessuto nero e da nastri bianchi. C'erano sale per i seminari, biblioteche di testi sacri, stanze per tremilaottocento monaci. Nelle botteghe, esperti d'arte Lamaici dipingevano immagini divine e forgiavano i vasi per i templi, nelle stalle venivano custoditi i cavalli dei monaci, nei negozi si potevano trovare scorte di ogni genere e nelle grandi cucine si preparavano i pasti per i frati laici.
I vicoli tra le case erano stretti. I più importanti erano ricoperti da lastre di pietra, che nel corso di cinque secoli erano state levigate dalle suole di innumerevoli nomadi e pellegrini. Dentro e davanti la città conventuale si trovavano le Tschorten, torri bianche simili a pagode che si innalzavano per cinque piani, restringendosi verso alto, e rappresentavano i cinque elementi: terra, acqua, aria, fuoco ed etere. In alcune di esse erano riposte le ceneri di Lama deceduti, in altre le reliquie di uomini santi, di testi sacri e di immagini divine.
Tsaktserkan ci portò all'ingresso orientale della città da dove proseguimmo a piedi perché era severamente proibito andare a cavallo nelle strade sante. Entrammo in un piccolo vicolo: chiare marquise facevano ombra sui balconi e tutto era talmente pittoresco che sembrava di essere nel Medioevo. I muri delle case, costruite come fortezze, non erano dritti ma inclinati verso l'interno. Incontrammo una processione di pellegrini e fu particolarmente impressionante vedere gruppi di Lama con le teste rasate cammina¬re pigiati in un vicoletto del genere: come i senatori romani, essi indossavano dei mantelli rossi che lasciavano scoperto il braccio destro. Attraverso corridoi angolosi e scuri passaggi in salita, dappertutto i Lama iniziarono a parlare tra loro a bassa voce. Ma essere guidati da Tsaktserkan stava ad indicare che eravamo ospiti del Taschi Lama, così le loro fronti si spianarono, il borbottio si spense e i pellegrini sorrisero.
Arrivati a una piattaforma sopraelevata, ci sedemmo ad osservare il giardino più grande del convento dove di lì a poco si sarebbero svolti i giochi religiosi. Il cielo appariva più chiaro. Che strano vivace spettacolo si stava svolgendo sotto di noi! Visto che il Taschi Lama era il più alto principe della Chiesa in Tibet, più pellegrini del solito erano con¬venuti nella sua santa città. Accompagnato dagli impor¬tanti Lama del convento egli era lì a presenziare la celebrazione dei giochi. Tutte le altane, le gallerie, tutti i tetti e i balconi, erano pieni di spettatori venuti da ogni parte: da Tsang nel Tibet del Sud, da Kham nell'Est, da Ngari-Khor¬sum nell'Ovest, dai pascoli del Tschang-tang, da Bhotan e Sikkim, dal Nepal, dai pascoli dei mongoli e dal celeste impero. Gli illustri signori della corte del Taschi Lama e le autorità di Schigatse indossavano vesti gialle e rosse con cinture variopinte e cappelli grandi come parasoli.
Nella galleria sottostante si trovava il posto riservato alle signore, che presenziavano riccamente ornate di collane di perle, ciondoli decorati con turchesi e coralli, grandi orecchini d'oro e alti colletti bianchi adornati da pietre preziose. I posti meno belli erano quelli destinati ai contadini e alle loro mogli, ai bambini e ai pellegrini, che sedevano serrati a gambe incrociate. Tutti festeggiavano, chiacchieravano; ridevano e piluccavano dolcetti e pesche secche, anche i mendicanti relegati ai lati, il cui canto si perdeva nel rumore della festa.
Poi le campane risuonarono per annunciare l'inizio della celebrazione e le migliaia di pellegrini tacquero immediatamente. Dai tetti più alti dei templi giungevano lunghi squilli di corno, e tutti aspettavano la festa che avrebbe fatto dimenticare loro i lunghi mesi di cammino. Un canto meraviglioso e carezzevole, una melodia tenera e lenta, un'armonia inebriante e quasi ipnotica vagava nell'aria. Così veniva annunciato l'arrivo della primavera, anche se in realtà in quell'occasione si celebrava la vittoria dei grandi fondatori della religione sui falsi profeti. Ma per il popolo il Losar era soprattutto la festa della luce in cui ci si rallegrava del ritorno del sole, della sua vittoria sul buio dell'inverno, dell'aumento della temperatura, del risveglio dei semi e degli animali.
Risuonarono i tromboni di rame e tutti gli sguardi si volsero verso porta dalla quale stava per uscire il Lama più importante del Tibet. Tutti si inchinarono con devozione: il Taschi Lama indossava una mitra sul capo e una veste di preziosa seta lucida gialla. Si sistemò in posizione tale da poter facilmente osservare il tutto, dietro una tenda che ne lasciava intravedere solo la testa e il busto.
Un ballo diede inizio alla festa. Due Lama con maschere terribili scesero nel cortile, seguiti da altri undici che portavano bandiere colorate. Si fermarono davanti al trono del Taschi Lama e lo salutarono. Comparvero poi Lama in vesti bianche, recando simboli sacri, coppe d'oro, calici e incensieri pendenti da catene d'oro. Una banda fece il suo ingresso nel cortile: davanti tromboni di rame, lunghi tre metri, con cerchi d'ottone lucido, dietro cembali e tamburi. Seduti su un tappeto suonarono per tutta la festa una musica monotona, il cui effetto però era festoso e stimolante.
Uno dopo l'altro i gruppi di spettatori salivano sulla piattaforma per poi sparire dietro le tende della galleria sottostante. I ballerini indossavano vesti magnifiche decorate di broccato d'oro. I loro volti erano nascosti dietro maschere terribili fatte di pasta di carta o di una sottile lamiera di rame, che rappresentavano animali feroci, draghi, demoni, diavoli e teschi in atteggiamento minaccioso. Attraverso questi «balli diabolici» il popolo doveva prendere confidenza con i demoni e gli spiriti che terrorizzano l'anima del morto sui sentieri insicuri del cammino verso la pace eterna del paradiso. Nella maggior parte di queste feste religiose c'è sempre una strana figura dipinta, di pasta o di carta, grazie alla quale, attraverso le preghiere dei Lama, si scongiurano il peccato e la malignità. Dopo la chiusura dei balli questa viene portata fuori in processione e bruciata su un rogo davanti al tempio.
Si accese così un piccolo fuoco nel cortile: due Lama portarono un enorme foglio di carta che stava a rappresentare l'anno passato e sul quale erano state appuntate tutte le malignità, tutti i peccati commessi, tutta quella miseria dalla quale ci si voleva preservare nel nuovo anno. Mormorando delle preghiere e delle formule di scongiura, un terzo Lama si awicinò al fuoco e vi versò una polvere infiammabile. Divamparono le fiamme e la carta bruciò in un attimo. In questo modo si voleva distruggere la potenza dei demoni e degli spiriti sotterranei.
Poi si avvicinò un Lama che recava una coppa costituita da un cranio umano piena di un liquido rosso, probabilmente sangue di capra. Espresse preghiere e formule di scongiuro agitandosi in un ballo mistico sulle scale del tempio e versando il sangue sui gradini. Nei tempi passati si usava, molto probabilmente, sangue umano. Alla fine di tutto il Taschi Lama si allontanò con i suoi accompagnatori nello stesso modo silenzioso e degno in cui era
arrivato, e i pellegrini si ritirarono. Il cortile fu improvvisamente vuoto e silenzioso.
Il ricordo più emozionante di tutta la spedizione fu la visita al Taschi Lama. La mattina del secondo giorno del nuovo anno egli mi volle ricevere: insieme a Muhommed Isa entrai nel convento. Salendo tante scale, attraversando tanti corridoi e camere buie nel Labrang, salimmo al Santissimo. Era come andare dal Papa a Roma. Anche qui si viene accolti da un sacerdote, un Lama di alto rango con i capelli tagliati a zero, la testa rotonda e il viso sorridente. Ci sedemmo su cuscini rossi. La stanza era arredata in modo accurato, non appariscente ma dignitosa e distinta. Le pareti e i drappi erano rossi, e anche i tavoli, gli armadi e panchetti. Statue di divinità d'oro e d'argento, piccoli e semplici armadietti decorati ornavano l'altare. Egli si informò sulle mie conoscenze, sul mio incontro con il viceré dell'India, sulle mie intenzioni e mete e sulla mia patria. Bevemmo tè e ci intrattenemmo per circa un'ora.
Poi due Lama in toga rossa ci fecero salire su per una vecchia scala. Qua e là stavano gruppi di monaci che ci squadravano con curiosità. Si awertiva la vicinanza del Santissimo: tutt'intorno si parlava a bassa voce, sussurrando. Poi l'ultima porta si aprì. Non nego di essere stato preso da una certa sensazione di felicità e di emozione al pensiero di incontrare l'uomo più santo di tutto il mondo Lamaico, l'uomo venerato come un dio da milioni di uomini in Tibet, dai paesi dell'Himalaya, dalla Cina del Nord, dalla Mongolia e dalla Siberia orientale fino alle rive del Volga. Ma questa sensazione sparì dopo essere entrato nella stanza semplice dove Sua Santità era seduta, su una panchina davanti a un tavolo. Guardava fuori una piccola finestra. Indossava, come un semplice monaco, una toga rossa che lasciava scoperte le braccia. L'unica cosa che lo distingueva dagli altri era la veste con fili d'oro che spiccava sotto le pieghe della toga. Quando entrai, mi guardò in modo gentile e tranquillo e mi porse le due mani morbide. Poi mi fece sedere di fronte a lui su una poltrona europea. La sua voce era sottile, gentile, quasi timida. Mi fece una serie di domande. In particolare mi chiese se l'inverno pre¬cedente avessimo sofferto il freddo e le tempeste in Tschang-tang, se fossimo stati ospitati dai nomadi e se essi fossero venuti incontro a tutti i nostri bisogni. Durante la conversazione la sua timidezza sparì. Si dichiarò mio amico e aggiunse che aveva dato ordine di mostrarmi tutto il convento, tutti i templi e tutte le sale. Ero libero di muovermi nella città conventuale, di fare foto e disegni, di prendere appunti.
Poi raccontò del suo viaggio in India nell'anno 1905, della gentilezza con cui fu accolto dal viceré Lord Minio e dal Lord Kitchener, del clima caldo, della camminata lunga e faticosa, delle valli profonde con la loro vegetazione. Quello che lo affascinava di più era la divisione del¬l'Europa in diversi regni e stati, dei suoi imperatori e re. Si informò soprattutto sullo zar di Russia, che secondo la fede dei Lamaici era una reincarnazione della dea Tara. Mi chiese cosa pensassi delle intenzioni di quella nazione, della potenza del suo esercito e della sua flotta. Volle sapere chi, secondo me, era più forte tra Russia e Inghilterra, e come erano le forze armate degli altri stati. Anche della Cina si mostrava interessato e mi domandò quali regioni nel centro avessi visto. Il sorriso gentile e caldo che ravvivava il suo viso non spariva mai. Avevo la sensazione che fossimo legati da un vincolo d'amicizia che non si sarebbe mai strappato, e molti anni dopo ne ricevetti la prova. Meraviglioso, incantevole Taschi Lama! Poteva essere un dio come voleva la fede Lamaica, ma anche come uomo era molto attraente.
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MessaggioTitolo: Re: SVEN HEDIN   Mar Dic 04, 2007 3:50 am

- Documentazione tratta dalla missione in Cina, Gobi, Tibet ed India, diretta da SVEN HEDIN con il finanziamento della SS Ahnenerbe. Rapporto confidenziale ad HIMMLER, 1940 - PARTE SECONDA -


Ci intrattenne per ben tre ore e alla fine si congedò nello stesso modo cortese e gentile in cui mi aveva accolto. Mi pregò di tornare presto e di portare la mia macchina fotografica. Alcuni giorni dopo gli resi la seconda visita, che durò quanto la prima. Volle farsi fotografare e accettò di spostarsi secondo le mie necessità. Poi mi stupì ordinando la sua macchina fotografica, con la quale scattò qualche foto a me. La sera le sviluppai nella sua camera oscura con l'aiuto di un giovane Lama, che ho rivisto vent'anni dopo a Pechino.
Secondo la dottrina Lamaica, il Taschi Lama è un dio in sembianze umane o l'incarnazione di un dio. Ogni periodo ha il suo Buddha. Dall'Altissimo, creatore e Salvatore onnipotente e onnipresente, derivano cinque Dhyani-Buddha. Tra loro viene adorato soprattutto Buddha Umitohha, il «Signore del paradiso terrestre». Il suo nome tibetano è opa me, 'il Buddha celeste della luce infinita'. È questa la divinità che ha assunto sembianze terrestri in Taschi Lama, o come viene chiamato in Tibet, Pontschen Rinpotsche, 'il grande pandi', 'di grande dignità' o 'il maestro pre¬zioso'. Il territorio del Taschi Lama, la provincia di Tsang, è sottoposto al controllo religioso del convento. Il potere temporale governativo è però in mano di Lhasa.
Il Taschi Lama visse liberamente diciassette lunghi anni nella sacra città conventuale. Ma nel 1924 ci furono conflitti religiosi e politici tra le città di Lhasa e Taschi-lunpo, così egli dovette scappare. Voleva rifugiarsi a Urga, capitale della Mongolia esterna, ma venne costretto dal governo cinese o stabilirsi a Pechino. Nel dicembre del 1926 mi accolse nel vecchio palazzo imperiale a Nan-hai, la «città proibita». Anche se erano passati vent'anni dal nostro ultimo incontro, mi sembrava che fossero trascorsi solo venti giorni. Mi salutò con lo stesso sorriso gentile di allora, porse le due braccia come benvenuto e mi regalò un anello d'oro che porto ancora oggi e che mi ha aiutato molto nell'Asia orientale.
Descrivere la città di Taschi-lunpo richiederebbe un'opera in molti volumi. Mi limiterò perciò a raccontare un poco dei santuari più importanti.
Ho già menzionato i cinque mausolei. Costruiti secondo un piano uniforme, ognuna di queste cappelle mortuarie può essere però considerata un'opera d'arte a sé. Da un cortile rettangolare una scala di legno porta ad un sagrato da dove si entra nella cappella mortuaria. Alle pareti del sagrato si trovano i Lokapalas, i quattro grandi re, protettori dei punti cardinali, dipinti con tratti intimidatori di fantastici animali feroci con gli occhi fiammeggianti, le fauci spalancate e le zanne immense. Nelle mani portano armi e simboli e sono circondati da fiamme e nuvole. Queste quattro guardie del cielo si trovano non solo nelle cappelle mortuarie, ma anche agli ingressi dei templi, per proteggere gli dèi e l'interno dei santuari e per mettere in fuga i demoni cattivi. La tomba del terzo Taschi Lama era quella più interessante poiché quest'ultimo aveva avuto anche un ruolo politico di notevole importanza. Questo Taschi Lama, in un primo momento, fu tenuto in considerazione dall'imperatore della Cina molto di più del re dell'India.
Nel 1779 l'imperatore lo invitò nella sua città e lo ricevette nella sua residenza estiva con ossequi favolosi. Ma l'alto sacerdote si ammalò nel tempio giallo a Pechino e morì. Apparentemente dispiaciuto l'imperatore però non tardò a palesare che morte del Taschi Lama non gli era poi così sgradita: intrattenendo rapporti con il governatore generale dell'India, egli rappresentava un chiaro pericolo per la sicurezza della Cina. Così il morto fu messo in un sarcofago piramidale d'oro e portato da Pechino a Taschi-lunpo. II corteo funebre durò sette giorni e fu unico per il suo dispendio ecclesiastico e militare.
L'arcata è un meraviglioso capolavoro dello sfarzo religioso. Attraversato il sagrato con le sue quattro guardie del cielo, si arriva alle impressionanti porte ornate di lastre d'ottone lucente dietro le quali si trova un'alta struttura piramidale, o Tschorten, d'oro e d'argento tempestato di gemme. Sull'altare spicca un'immagine del riformatore Tsong-kapa, accanto ad altre effigi, simboli, patere e lampade dorate e argentate. Tutte le cappelle mortuarie, di solito chiuse, a volte vengono aperte mentre il quinto mausoleo, che dal 1888 custodisce il cadavere del predecessore dell'attuale Taschi Lama, è sempre di libero accesso per tutti i pellegrini vi si recano in visita. Starei ore ad osservarli. Si comportano con lo stesso profondo rispetto che mostrano per l'attuale Taschi Lama: si inchinano e pregano. Quelli provenienti dalle valli lontane e dalle montagne poi si immedesimano talmente tanto nelle preghiere che mentre riempivano le patere con riso, farina e burro, non si rendevano conto del fatto che io li stessi ritraendo. Se mi avessero raccontato le loro storie e la loro fede nella trasmigrazione dell'anima, avrei avuto sicuramente materiale per una serie di romanzi di raro fascino.
Nel cortile adornato di alti Tschorten potevo tranquillamente muovermi tra i pellegrini che, insieme alle loro mogli, aspettavano di essere benedetti dal santo. Per molti questo è il momento più importante della vita. Nella gran¬de sala chiamata Kandschur-Lhakang, paragonabile all'uditorio di una facoltà di teologia, si conservano i testi sacri del Lamaismo, una bibbia di centotto volumi. I fogli si trovano sparsi tra due assi di legno, legate da cinture di cuoio e awolte in tessuti blu. Quest'opera immensa viene chiamata Kandschur e i commenti e le spiegazioni dei testi, che formano altri duecentoventicinque volumi, Tandschur. Lungo tutta la sala, illuminata dall'alto da un buco nel tetto, corrono file di leggii e di panchine con cuscini rossi. A1 suono di una campanella i novizi entrano nell'aula, si siedono e aprono i lunghi fogli con i testi sacri. Con voce profonda il maestro, un Lama di alto rango, intona un canto al quale gli alunni rispondono alternamente. In occasione della mia presenza, alcuni dei giovani si mostrarono più attenti ai miei disegni che ai loro canti.
Sulle pareti e sulle colonne si stagliano le Tankas, le ban¬diere del tempio. Su ogni bandiera è rappresentata la leggenda di un dio o di un santo, con tanto di riproduzioni di abitazioni celesti e tormenti infernali: ricami preziosi che narrano anche la vita e i miracoli di Buddha. Le Tankas sono di seta o broccato su cui spesso i testi tibetani vengo¬no dipinti in oro. Per soddisfare gli dèi, i monaci si dedicano tutti i giorni alla realizzazione di queste opere. Così com'è considerato altrettanto virtuoso scolpire le sacre parole «Om mani padme hum» sulle pietre lungo le strade e i sentieri.
Quando la sera tardi tornavo nel convento dal lavoro e sentivo da una sala del tempio gli squilli del trombone e i suoni cupi dei tamburi, spesso mi trattenevo per partecipare alla messa notturna. Dalla parte opposta all'ingresso si trovavano i simulacri degli dèi che circondavano l'im¬mensa immagine luccicante di Tsong-kapa. Sull'altare, oltre alle coppe sacre e alle patere, c'erano quaranta lumicini accesi piccoli contenitori di ottone e argento che creavano un'atmosfera di mistico crepuscolo degli dèi. Tra le colonne nell'angolo a destra dell'altare, su lunghe file di panchine basse e rosse, i monaci leggevano i testi sacri, mormorando sommessamente. Alle parole «Lama» e «om mani» però la loro voce si alzava e di tanto in tanto si sentivano i tamburi, i tromboni, i cembali e le campane d'ottone. Il Dorisene, il simbolo del potere, si trovava accanto ai testi sacri o era tenuto in mano dai monaci.
Era molto impressionante osservare il modo con cui quella luce soffusa avvolgeva i monaci, le loro toghe rosse e gli oggetti d'oro. L'atmosfera era incantevole e il tempo sembrava volare durante questo tipo di cerimonie. Una volta ne fui talmente rapito che due frati servitori furono costretti a svegliarmi per farmi dono di una padella di rame e due tazze di porcellana su piatti d'argento, su richiesta del Taschi Lama.
Ma i giorni nell'indimenticabile Taschi-lunpo passarono velocemente e con la mia partenza cominciò un nuovo capitolo dell'avventura in Tibet. Due cinesi e due tibetani ci accompagnarono come guardie del corpo verso Ovest, dove avevamo l'intenzione di esplorare il Transimalaya. Prima di arrivare nella regione di Le, feci una visita al convento Tarting-gumpa. Un Lama molto gentile ci fece vedere tutte le sale del tempio. Ci raccontò che il giorno prima era morto, all'età di ottant'anni, il priore del convento e allora lo pregai di poter vedere la camera ardente. «No, non è possibile, in questo momento si stanno recitando le preghiere per il defunto», mi sentii rispondere. Ma alla fine si fece convincere e ci portò nella casa del priore. Bussammo alla porta. Un vecchio aprì. In un piccolo cortile c'erano una donna e due uomini, che stavano imprimendo in rosso delle preghiere su trucioli di legno con i quali andava poi acceso il rogo. Senza un permesso particolare entrammo nella cameretta, che non era più grande di tre metri quadri. Quattro monaci erano seduti attorno a un tavolo basso mormorando le preghiere per il defunto. Per tre giorni si continuava a pregare. Il morto era seduto sul letto con la schiena contro la finestra. Indossava una veste colorata, aveva scarpe ai piedi e sul viso un sottile tessuto trasparente di seta bianca. Sulla testa una specie di corona in tessuto rosso e blu. Davanti a lui, sul letto, c'era un tavolino con immagini divine e due lumini accesi.
I monaci furono sorpresi quando entrai e presi posto: sicuramente non avevano mai visto un europeo! Ma continuarono a pregare. Poi durante una pausa venimmo a sapere che il morto, all'età di cinque anni, era stato consegnato dai genitori a una confraternita di Tarting e salendo di grado in grado aveva raggiunto la dignità più alta nel convento. Ora andava bruciato sul rogo in posizione seduta e con una veste bianca indosso. Le sue ceneri sarebbero poi state portate al monte sacro di Kailosh e qui chiuse in un Tschorten.
Osservo il vecchio monaco morto. Da bambino non aveva vissuto una vita normale, rinunciando al mondo per entrare in un Ordine monastico. Per settantacinque anni aveva vissuto in questa piccola cameretta dove adesso stava seduto morto e rigido. Aveva visto venire e andare tanti pellegrini. Per settantacinque anni aveva cantato alle feste del nuovo anno e aveva salutato l'arrivo della nuova primavera. Per settantacinque estati aveva sentito aria tiepida soffiare sulle montagne e in altrettanti autunni e inverni aveva protetto la cameretta dal freddo.
Solo i monaci santi vengono bruciati. Gli altri vengono tagliati a pezzi e la loro carne viene data in pasto ai cani santi del tempio o, come in Schigatse, agli avvoltoi. I tagliatori di cadaveri si chiamano Lagpas e sono una casta bassa e disprezzata tanto che nell'infinita catena della trasmigrazione dell'anima possono solo reincarnarsi in corpi di animali o di uomini cattivi. Dopo la morte, il cadavere di un frate laico viene portato dai suoi confratelli nel posto dove verrà fatto a pezzi. Lo spogliano e si dividono i vesti¬ti. Poi i Lagpas eseguono il loro orribile compito.
Dei conventi nella valle di Tsangpos mi ricordo soprat¬tutto di Taschi-gembe, la città bianca, nella quale vivevano solo duecento monaci, mentre in Taschi-lunpo erano tremila e ottocento. Taschi-gembe aveva una sala per le preghiere molto piccola: qua un vecchio Lama faceva girare, dall'alba a mezzanotte, un mulino da preghiere grande più di tre metri, riempito di sottili nastri di carta sui quali erano scritte delle orazioni. Mentre il vecchio girava il mulino, urlava le sue preghiere fino ad aver la schiuma alla bocca.
Un altro convento che ho visitato nelle valli del Transi¬malaya è Lingo-Gumpa. Là ho visto e sentito delle cose inenarrabili e ho avuto prova di una fede forte e di una sovrumana forza di volontà. Nella sala più importante del tempio tutto era immerso nel buio tranne le immagini degli dèi sull'altare che venivano illuminate attraverso un buco quadrangolare nel tetto. Davanti ad esse alcuni monaci si muovevano in silenzio come delle ombre, mentre altri, seduti sulle panchine, cantavano. La magia del loro canto ritmico li faceva addormentare e li introduceva in un cammino spirituale teso al raggiungimento della beatitudine."
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