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 Turchia in Europa?

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wolfsangel
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MessaggioTitolo: Turchia in Europa?   Sab Nov 24, 2007 3:15 pm

Turchia in Europa?

Rileggiamo la storia/1

Con La croce e la mezzaluna (Mondadori) Arrigo Petacco ci ha donato uno splendido affresco storico delle vicende che portarono alla battaglia di Lepanto, vicende che ebbero inizio con il crollo della civiltà bizantina. Il 29 maggio 1453 cadeva Costantinopoli. Da tempo l’Impero d’Oriente era senescente: vi regnavano la corruzione, la discordia tra i due partiti religiosi, una sorta di fatalismo storico che portava a considerare inevitabile la islamizzazione dell’Europa. L’ultimo imperatore, Costantino XI, morì da soldato e il suo corpo subì dai nemici il trattamento consueto: fu svuotato delle interiora, impagliato e mostrato sugli spalti. Il megaduca Luca Notaras dopo aver rifiutato di offrire il figlio giovinetto alle brame del sultano fu trucidato con tutta la sua famiglia.

Partoriti dal grande ventre dell’Asia, i Turchi erano una popolazione nomade di pastori-guerrieri. Ad essi l’Islam era congeniale: Arabi e Turchi furono i due grandi popoli che accolsero il Corano spontaneamente. Il fondatore della potenza ottomana era stato Murad I che morì combattendo contro i Serbi nel Kosovo. Fu lui a proclamare la Jihad contro gli Europei e a stabilire le regole dell’ingaggio: conquista, carneficina, razzia; dopo di ciò ai superstiti veniva offerta l’alternativa della conversione alla vera fede o la possibilità di continuare a vivere – da cristiani – una esistenza sottomessa. Murad fu anche l’ideatore del corpo dei “Giannizzeri”: la fanteria d’élite dell’impero ottomano che era frutto di rastrellamenti delle popolazioni europee. Gli adolescenti più vigorosi venivano strappati alle famiglie, quindi educati alla fede. Questi europei persuasi della superiorità dell’Islam divenivano così i più feroci distruttori della loro civiltà d’origine. Il figlio di Murad, Mehmed II dopo aver conquistato la Grecia puntò sulla “seconda Roma” – Costantinopoli – ma la sua fantasia guerriera vagheggiava la conquista dell’autentica Roma. Non era solo un appetito politico, ma anche un impulso religioso legato all’adempimento della profezia della islamizzazione dell’Urbe. Per questo motivo Roma era perennemente evocata nel grido di guerra delle truppe turche: “Làilahà, Allah! Roma! Roma!”. Alla profezia islamica Mehmed aggiungeva di suo una bislacca teoria in base alla quale i Turchi erano discendenti dei “Teucri” (i Troiani) e pertanto “eredi” legittimi della civiltà romana-occidentale. Il caso volle che all’epoca fosse papa Pio II, il cui nome era appunto “Enea”, come l’antenato troiano dei romani. Enea Silvio Piccolomini ed il “teucro” ottomano ebbero contatti epistolari: il Papa pensò di poter gestire l’afflusso di mussulmani in Europa e offrì al sultano addirittura l’incoronazione a imperatore romano in cambio del battesimo cristiano. Mehmed ovviamente non prese neppure in considerazione quel goffo tentativo di integrazione, forse fu anche disgustato dalla arrendevolezza del prete umanista.

Conquistando Costantinopoli, i Turchi Ottomani si affacciavano sul Mediterraneo. Da quel momento in poi e fino alla battaglia di Lepanto le scorribande dei pirati barbareschi protetti da Instanbul rappresentarono il terrore delle coste euro-mediterranee. Nei mesi invernali la situazione era relativamente tranquilla, ma non appena la primavera inoltrava, le leggerissime imbarcazioni dei maghrebini sbarcavano ogni notte sulle coste spagnole e italiane. La tattica di questi sbarchi era rodata: rapida incursione nella notte, violenze sessuali, predazione: di uomini e di roba. La merce arrivava nei magazzini di Algeri o Tunisi, ma dal momento che il mercato nordafricano era inesistente, finiva con l’essere venduta sottocosto a mercanti cristiani ed ebrei che la reimmettevano in Europa a prezzi stracciati! In pratica, una parte del ceto imprenditoriale europeo faceva affari in nero con i predatori islamici, e per interesse economico tendeva a gettare un velo sulla gravità del pericolo turco. Insieme ai mercanti altre potenze tendevano a nascondere la gravità della minaccia: Venezia e Genova, che pure subivano il peso dell’espansione ottomana, consideravano la Turchia un partner economico; la Francia invece, stretta tra Spagna e Impero, perseguiva una politica di alleanza di fatto col Sultano. Così proseguivano gli sbarchi e le razzie. La predazione più grave era quella di uomini, donne, adolescenti. Uomini venduti come schiavi, donne che finivano negli harem, ragazzini europei bramati per la carnagione morbida e i colori chiari dai turchi tendenzialmente bisessuali. La bisessualità e la poligamia erano pratiche accettate, come accettata era l’usanza dei sultani di strangolare i fratellastri una volta ascesi al trono.

Agli schiavi europei rastrellati sulle coste era tuttavia concessa la chance della conversione. La società turca tendeva a diventare una società multirazziale in cui – entro certi limiti – non contava l’origine di sangue, ma la sottomissione ad Allah. Molti furono i prigionieri che accettarono di convertirsi all’Islam: questi rinnegati riuscivano talvolta a scalare i gradini del potere e della ricchezza pur rimanendo giuridicamente “schiavi”. Va detto che in Oriente, mancando il sentimento tipicamente europeo della libertà individuale, la condizione giuridica di schiavo era qualcosa di meno umiliante. Inutile dire che tra i rinnegati, il numero degli Italiani era legione.

Stretta la cristianità in una morsa che andava dai Balcani al Maghreb, l’Impero turco aveva due opzioni per entrare in Europa: la via di terra e la via di mare. Seguendo la via di terra i turchi giunsero nel 1529 a Ratisbona e furono sul punto di sottomettere l’Austria. Ma Carlo V li sbaragliò. Rimaneva aperta la via del mare: il piano prevedeva la conquista di Malta e l’appoggio alla ribellione dei Moriscos, la quinta colonna di islamici presenti in terra di Spagna. Ma a Malta i cavalieri resistettero eroicamente, e in inferiorità numerica respinsero l’invasione. Dopo poco tempo i Turchi puntarono su Cipro, altra isola strategica nel Mediterraneo. Lala Mustafà ottenne la resa di Nicosia, promettendo al comandante Dandolo un trattamento onorevole, poi lo fece uccidere e mandò la sua testa putrefatta a Marcantonio Bragadin, comandante della piazza di Famagosta. Bragadin resistette eroicamente, poi stremato credette a sua volta alle garanzie che i turchi gli offrivano per la resa. La fine che fece Bragadin, orrendamente mutilato e scorticato vivo, fu più raccapricciante di un film dell’orrore. Ma la caduta di Cipro fu anche la molla che fece scattare la reazione: papa Pio V bandì la crociata contro i Turchi, Spagnoli e Veneziani trovarono un’incredibile intesa tra avversari, l’Europa sospese per un attimo le dispute tra cattolici e protestanti. L’armata di mare che si dirigeva verso Lepanto ebbe il suo romantico condottieri in don Giovanni d’Austria: figlio naturale di Carlo V, era vissuto inconsapevole del suo sangue reale, leggendo i romanzi cavallereschi di Orlando e del Cid. Nel suo testamento Carlo V volle che fosse onorato come un principe. Fu lui a guidare la Lega Santa a Lepanto e a sbaragliare i Turchi. Aveva solo 26 anni. 7 anni dopo sul letto di morte gli si squadernò la visione della battaglia che salvò l’Occidente. Ed egli morì gridando ordini di battaglia alle ciurme.
Il turista italiano che passeggia per Vienna, abituato ormai da qualche tempo a ritrovare i “Savoia” solo tra le frivolezze televisive o nei resoconti della stampa pettegola, si stupirà nel sapere il nome di un Savoia onorato con riconoscimenti monumentali nella capitale austriaca. Il nome è quello di Eugenio: solo un cadetto nell’albero genealogico, ma forse il massimo esponente di quella linea di sangue nella scala dei meriti individuali.

La sua statua equestre troneggia nella Heldenplatz, la piazza degli Eroi, mentre il corpo riposa nel Duomo di Santo Stefano. Dopo la residenza imperiale, il palazzo che egli ricevette in premio per le imprese militari (il Palazzo Belvedere) è ancora oggi il più appariscente di Vienna. Insieme al “caffè espresso”, il ricordo del principe Eugenio rimane nei secoli il valore “italiano” più pregiato nella capitale del dissolto Impero.

Ma fino a che punto fu “italiano” Eugenio? Nipote del cardinale Mazarino, nato in una famiglia che ancora teneva le gambe a cavallo delle Alpi, il principe fu “italiano” come lo si poteva essere nell’epoca che precedette le fiammate nazionalistiche. Per comprendere l’intreccio di identità europee che covava nella sua personalità nulla è più indicativo del sapere come si firmava: Eugenio von Savoy. Ovvero col nome all’italiana, il cognome alla francese, e in mezzo la particella nobiliare germanica. Anche per queste incertezze “anagrafiche” la fama che egli si guadagnò respingendo i turchi raggiunse dimensioni continentali.

Per costruire un mito storico due sono gli ingredienti indispensabili: la giovinezza, l’aura di vittoria. Eugenio congiunse i due allori facendosi largo a sciabolate tra le truppe turche che nel 1683 assediavano Vienna. Aveva solo venti anni quando, il 12 settembre di quell’anno, l’Impero asburgico – che ancora si fregiava dei titoli di “sacro” e di “romano” – ingaggiò, vincendola, l’ultima e decisiva battaglia campale contro i Turchi-Ottomani in Europa. Quella vittoria inaugurò la lunga egemonia degli Asburgo d’Austria sul continente – vanamente contrastata dalla Francia – e soprattutto segnò la fine della massima aspirazione degli Ottomani: dilagare in Europa attraverso i Balcani, sottomettere l’Austria e le regioni confinanti, così come avevano fatto con la Grecia, la Serbia, la Romania ridotte a fornire giovinetti agli harem e alle truppe dei Giannizzeri.

Ovviamente a Costantinopoli avevano fatto male i loro calcoli: Vienna non era Belgrado, le truppe imperiali avevano qualcosa in più che non la tenacia montanara dei Serbi che si erano svenati, inutilmente, nella battaglia del Kosovo. Per quanto in Europa vi fosse chi remava contro e neanche tanto velatamente tifava per il Sultano, il sistema di potere incentrato su Vienna resse all’urto. E tuttavia la paura fu grande. Il numero esorbitante delle forze ottomane, i racconti dei loro costumi esotici conditi di ferocia e di leggenda, suscitarono il timore che l’islamizzazione dell’Europa fosse un destino storico inevitabile. Per questo motivo la gratitudine per Eugenio di Savoia – che tale timore dissolse sulla punta della sciabola – fu immensa. Equiparato a Orlando, a El Cid, a don Giovanni d’Austria (il vincitore di Lepanto), il principe savoiardo fu onorato come uno dei massimi condottieri asburgici. La sua vicenda personale si inserisce nella fulminea manovra di difesa-e-contrattacco messa in atto dagli Austriaci nel giro di un ventennio. Se negli anni Ottanta i Turchi ancora minacciavano Vienna, nel 1697 subivano per mano di Eugenio una clamorosa sconfitta e incominciavano quella ritirata verso Sud-Est scandita dalle battaglie di Buda e di Belgrado , delle quali sempre Eugenio fu il protagonista incontrastato.

La gentilezza del sangue e dei modi, l’intelligenza strategica e forse anche qualche eccentricità nei gusti arricchirono la figura del condottiero trionfatore. Leibniz dedicò ad Eugenio una delle sue opere principali ravvisando nella strategia del capitano i tratti distintivi del genio filosofico. A distanza di un secolo Napoleone Bonaparte lo considerò come uno dei suoi modelli ispiratori. Ma ai suoi tempi la figura popolarissima del principe non mancò di alimentare le malelingue. I lunghi capelli biondi, la tendenza ad accompagnarsi più spesso con i cavalieri che con le dame gli valsero l’epiteto di “Marte senza Venere”. I più espliciti lo chiamarono senza mezzi termini “Madame Sodomie”: era la stessa ingiuria che aveva accompagnato Cesare nei suoi trionfi, e che avrebbe accompagnato nel suo esilio Umberto, crepuscolare epigono della dinastia.

Oggi due biografie ricordano la storia romantica del capitano: l’una di Nicholas Henderson edita da Corbaccio (Eugenio di Savoia,), l’altra di Franz Herre per la Garzanti (Eugenio di Savoia. Il condottiero, lo statista, l’uomo). Entrambi i biografi concordano sulla grandezza “politica” di un personaggio che in età moderna sembrava perpetuare quella duplice abilità (civile e militare) dei grandi condottieri di età imperiale. Non a caso Federico il Grande di Prussia, un altro dei suoi ammiratori, lo definiva “il vero imperatore degli Asburgo”. Eugenio seppe alternare vittorie ed esercizi di equilibrio tra potenze. Gli mancò invece – ed è una mancanza che ne ingigantisce i tratti – la doppiezza infida dei politici di oggi, dei diplomatici di ieri. Non tradì mai la fedeltà alla casa imperiale. Annientò l’espansionismo francese in Italia, governò Milano per conto degli Asburgo. È fin troppo facile cogliere la differenza tra lo stile del cadetto di casa Savoia e quello del ramo regnante della sua famiglia. Eugenio, una volta arruolato da Vienna, fu per tutta la vita uomo dell’Impero. I Savoia ondeggiarono, si barcamenarono tra Francia e Austria per tutto il periodo delle guerre di successione. “Quando i Savoia concludono una guerra con lo stesso alleato con la quale l’hanno intrapresa è segno che hanno fatto due volte il giro del campo”, suona un beffardo motto anti-sabaudo. Vi è stato chi ha voluto interpretare la “volubilità” italiana nella seconda (e anche nella prima!) guerra mondiale alla luce della tendenza storica di Casa Savoia al… galleggiamento. Ovviamente tali esercitazioni poco hanno di storiografico e molto di letterario. Una più equilibrata ricostruzione dei dati storici evidenzia come il ducato di Savoia – insieme alla repubblica di Venezia, già avviata al declino – fosse l’unico stato della penisola realmente indipendente tra Seicento e il Settecento. L’autonomia di Napoli e Firenze era gravemente compromessa dal fatto che i loro troni fossero gestiti a distanza dalle potenze europee. L’autonomia dello Stato Pontificio aveva un carattere religioso e produceva per contrappasso una stagnazione politica ai limiti dell’immobilismo bucolico. Nei continui valzer di alleanze dei Savoia era chiaro il tentativo di preservare una fragile indipendenza, sempre in bilico, sempre a rischio di ingerenza da parte dei potenti vicini di casa, periodicamente in guerra tra loro. La fedeltà, priva di tentennamenti, di Eugenio verso Vienna produsse così un distacco del principe dalla sua dinastia di origine. Nel 1736 ai suoi funerali, che furono un evento di grandiosa e autentica commozione, sfilarono tutti i membri della casa imperiale, i più alti dignitari della chiesa cattolica, migliaia di veterani; ma nessun parente sabaudo venne da Torino a rendergli omaggio.
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MessaggioTitolo: Re: Turchia in Europa?   Sab Nov 24, 2007 3:15 pm

Turchia in Europa?

Rileggiamo la storia/2


Negli anni ’30 il ghibellino Evola sulla “Stampa” rinverdì la memoria di Eugenio presentandolo come esempio storico della integrazione geopolitica tra l’area italiana e quella germanica all’insegna della romanità imperiale. Vide in lui la più alta espressione delle potenzialità della dinastia nata in Burgundia. Oggi lo si potrebbe considerare come un “europeo autentico”, estraneo ai bollori dei nazionalismi, ma capace di esprime al meglio lo stile, l’ethos della nostra civiltà. Paradossalmente, negli ambienti militari, la sua memoria è rinnovata ogni giorno dagli Alpini che intonano la “Marcia del Principe Eugenio”; quegli stessi Alpini che custodiscono i ricordi dello scontro finale tra Italia sabauda e Austria asburgica. Ma, paradosso nel paradosso, essi intonano un Lied composto da un tedesco, Andreas Leonhardt, per celebrare il salvatore di Vienna, il fautore della potenza imperiale.

A Kharahorum, antica capitale della Mongolia, da pochi anni si erge un colossale monumento formato da tre muri convessi; essi illustrano le grandi dominazioni mondiali che scaturirono dalla regione: quella degli Unni, dei Turchi e infine dei Mongoli. Massimo Introvigne, nella sua eccellente sintesi su La Turchia e l’Europa (Sugarco, 2006) parte da questa immagine per descriverci i Turchi, le loro radici, le loro vocazioni.

Guidati da Attila nella prima metà del V secolo d.C. gli Unni sembrarono sul punto di sbaragliare l’Occidente: al loro apparire, romani e germanici in un attimo si scoprirono simili. Così fu possibile al generale Ezio compattare un esercito romano-gotico e sbaragliare sul campo il “flagello di Dio”. Un secolo dopo cominciarono a muoversi verso Occidente i Turchi, partendo dagli altopiani di Ungut, laddove ancora oggi corrono gli ultimi cavalli selvaggi del mondo e dove ulula il lupo grigio, animale simbolo dei nazionalisti pan-turchi. I Turchi Selgiucidi si convertirono spontaneamente all’islam e occuparono la Persia assimilandone la raffinata cultura. Ma essi stessi dovettero soccombere quando i Mongoli incominciarono nel XII secolo la loro galoppata, coprendo sotto la guida di Gengis Khan spazi immensi e calpestando decine di milioni di morti. Le tribù turcomanne, sull’onda della terribile pressione, si spostarono ai confini dell’impero bizantino. Tra di esse emerse la tribù di Otsman: i suoi seguaci, gli “ottomani”, erano destinati a creare un impero ben più solido di quello di Gengis Khan.

Nel 1453 gli Ottomani conquistano Costantinopoli, trasformano la grande basilica di Santa Sofia in moschea, quindi invadono l’Europa dell’Est e lì creano il primo grande sistema coloniale moderno. Nel Cinquecento, sotto Solimano il Magnifico, l’impero ottomano si estende dalla Algeria all’Arabia, dalla Mesopotamia alla Ungheria: egli è sultano e califfo, guida spirituale di tutti i credenti. Nella sua vocazione universale e multietnica l’impero ottomano è la “casa dell’Islam”, oltre la quale si estende la “casa della guerra”: tutto il resto del mondo da conquistare alla Sharia. Ma nel 1683 il progetto di islamizzazione dell’Europa incredibilmente fallisce.

Un esercito ottomano che appariva invincibile per la schiacciante superiorità di uomini e mezzi si infrange contro le difese di Vienna. Il Sacro Romano Impero riesce di nuovo a fare muro. Lewis, eminente storico del mondo islamico, rileva che dal punto di vista militare la sconfitta degli islamici sotto Vienna rimane un mistero. Giovanni Paolo II, beatificando il frate Marco d’Aviano che della resistenza viennese fu l’anima, si è spinto a parlare di prodigio. Fatto sta che dopo il 1683 l’impero ottomano arretra. “Che cosa è andato storto?” si chiedono a Instanbul. Per alcuni il fallimento della campagna d’Europa è il castigo di Allah per l’affievolirsi della semplice fede delle origini, ma per altri la Turchia ha pagato lo scotto di una mancata modernizzazione in termini di progresso scientifico e di organizzazione dello stato: è questa la lettura data dalle massime elite ottomane; per esse l’Occidente comincia a divenire oggetto di segreta emulazione. Il Gran Visir Ibrahim Pasha si circonda di pittori e giardinieri europei, e per questo non sfugge al linciaggio della folla. Nel fatidico 1793 il sultano Selim III ha la bella idea di inviare ambascerie in Francia e di guardare con simpatia alla rivoluzione giacobina: l’improvvido sultano farà la fine di Luigi XVI, ma per ragioni opposte...

Nel XIX secolo l’occidentalizzazione della Turchia diventa il programma politico di organizzazioni diffuse nell’esercito. I “Giovani Turchi” che si ispirano al positivismo di August Comte nel 1909 prendono il sopravvento sul Sultano e lo spingono nel 1914 a fare la guerra a fianco della Germania. A guerra persa, nel momento in cui la dissoluzione del vecchio impero toccava il suo apice, un altro dei “giovani turchi”, Mustafa Kemal prende il potere.

Introvigne dipinge la personalità del generale con tratti titanici, quasi romantici nel suo sforzo prometeico. Ataturk forgia il nuovo nazionalismo turco dai tratti europeizzanti. L’auspicio della Turchia ad “entrare in Europa” non è cosa dei nostri giorni, ma risale al progetto di Kemal di trasformare usi, costumi, leggi del suo popolo. Questo progetto di radicale mutazione antropologica è un auspicio spontaneo all’interno della casta dei militari, ma nel resto della popolazione è avvertito come una imposizione autoritaria. Ataturk era un dichiarato ammiratore del fascismo italiano. Forse egli fu l’uomo di stato più simile a Mussolini: l’uno proteso a trasformare gli italiani in romani, l’altro a rendere europei i turchi. L’esito finale dei loro regimi, apparentemente diverso, fu in effetti simile. Oggi nella Turchia di Erdogan il partito kemalista è un gruppo di opposizione con percentuali irrilevanti.

Sotto i ben rasati capelli biondi, il generale Ataturk aveva grandi occhi azzurri. Immaginava forse sé stesso come l’eroe di una epopea indoeuropea: nei libri di testo fece scrivere che i Turchi non erano originari della Mongolia, bensì discendenti degli Hittiti! Parenti dunque dei germani e dei latini.

Giunto al potere, Ataturk abolisce il sultanato ed anche il califfato; sequestra i beni delle congregazioni e abolisce i tribunali religiosi, fa chiudere i santuari con l’esercito. Agli uomini vieta il fez, ma quando vorrebbe vietare anche il velo alle donne la popolazione insorge, Contro di lui fioccano le accuse più dure: di essere un massone, di essere un dunmeh ovvero un ebreo in segreto. Vero è che Ataturk pensa e si muove nella completa estraneità ai canoni dell’islam: solo un perfetto laico europeizzante avrebbe potuto riformare il matrimonio sostituendo alla sharia il diritto di famiglia svizzero! Il dittatore infrange i tabù più radicati con ostentazione: si mostra in costume da bagno e invita le donne turche a fare altrettanto; gioca d’azzardo; seduce, beve a crepapelle, fino a morire di cirrosi epatica. E il kemalismo, l’idea di europeizzare la Turchia manu militari, muore insieme a lui.

Una volta finita la dittatura carismatica di Ataturk tre colpi di stato militari ci sono voluti per impedire che la Turchia rifluisse verso la Umma e verso la Sharia. Per tre volte la forte vocazione islamica della popolazione è riemersa: prima col “partito democratico” che cercò di giocare l’improbabile carta di un “islam progressista”, poi con Ekbatan (amico dei Fratelli Mussulmani!) divenuto primo ministro negli anni Novanta; ora con Erdogan capo di un partito apertamente islamico, alleato degli USA e di Israele, ma esplicito nell’affermare che la Sharia rappresenta l’orizzonte ideale di ogni nazione mussulmana. Erdogan da un lato tenta di entrare in Europa, dove già vivono milioni di suoi connazionali, dall’altra rievoca le radici profonde della Turchia. Nel luglio 2005 il primo ministro va in Mongolia e inneggia alla Grande Turchia, la comunità di stirpi affini che si estende dalla Mongolia fino allo stretto dei Dardanelli. E non si limita a parlare: da quella estate cominciano a fluire concreti aiuti economici da Ankara alla repubblica “sorella” di Mongolia.

L’ingresso della Turchia in Europa è uno dei nodi più spinosi del presente. Introvigne valuta i pro e i contro, vantaggi economici e irriducibili diversità culturali. La questione del “confine orientale” dell’Unione Europea (fermo alle Termopili o esteso fino al Kurdistan) inevitabilmente si lega alle domande: che cosa deve essere l’Europa in sé? Cosa vogliamo fare noi dell’Europa?


Alfonso Piscitelli


Tratto da L'Indipendente del 3 maggio 2006.
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MessaggioTitolo: Re: Turchia in Europa?   Sab Nov 24, 2007 5:57 pm

FN si è SEMPRE schierata contro la turchia in Europa!!
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MessaggioTitolo: Re: Turchia in Europa?   Sab Nov 24, 2007 7:14 pm

Sempre articoli interessantissimi.......... :D



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MessaggioTitolo: Re: Turchia in Europa?   Sab Nov 24, 2007 8:39 pm

No alla Costituzione Europea, no alla Turchia in Europa...

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